• Skip to primary navigation
  • Skip to content
  • Skip to footer

Associazione Cerchio degli Uomini

  • Home
  • Associazione
    • Chi Siamo
    • Storia
    • Persone
    • Organi
    • Statuto
    • TRASPARENZA
  • Attività
    • Progetti
      • Progetto 10 anni dopo… il lavoro con gli uomini autori di violenza
        • Strumenti formativi video
      • Progetto europeo Parent
    • I Cerchi di condivisione
    • Percorsi di crescita personale
    • Formazione
  • CUAV
    • CARTA DEI SERVIZI CUAV
    • Programmi di recupero
    • SCUOLA CUAV
  • Testimonianze
  • News
  • Sostienici
  • Blog
  • Contattaci
  • Nav Widget Area

    Cerchio degli Uomini Facebook

Molto macho, di Sarah Babiker


So che questo sfogo, fuori dal quadro della geopolitica, privo di contestualizzazione dei retroscena storici, interessi economici o equilibri internazionali, può sembrare superficiale e puerile, ma in questi giorni non riesco a liberarmi di un pensiero che ritorna senza che io nemmeno lo richiami, come un aglio concettuale che aggiunge amarezza a questi tempi pieni di paura. Quanto maschio, sento, che eccesso di machura, intuisco, quanto sciovinismo maschile ci aspetta, tremo.

Innanzitutto abbiamo il “nessuno ce l’ha più grande di me” di Putin, un leader che sventola la bandiera più tossica della mascolinità tossica: l’esercizio del potere come massima, la violenza come politica. Il fatto è che la minaccia, ora latente, ora ostentatamente sfacciata, imprevedibile e arbitraria, è il modus operandi per eccellenza dell’uomo violento, colui che domina attraverso la paura, colui che si nutre della paura che instilla e che basa il proprio valore, come persona, come padre, come marito, come professionista, come leader, sul sentimento di prevaricazione sugli altri, sulla loro volontà, la loro vita e la loro libertà.

Ma non è solo l’ovvio Putin. C’è anche il presidente ucraino, vestito da militare, armato e fermo, che non mostra altro che l’amore per il suo Paese, l’unico amore che sembra essere sempre stato al primo posto per la mascolinità egemonica, l’unico degno di sacrificio: un amore che viene mostrato mentre brandisce una pistola. Il gesto di Zelenski è stato elogiato a livello internazionale, come l’unico e più chiaro modo che un sovrano di un paese può intraprendere per proteggere il suo popolo. Tutto è dimenticato, tutto è messo a tacere, combattere per il proprio Paese è prendere un’arma, baciare tua moglie, abbracciare i tuoi figli e restare a combattere, questa è la storia che vediamo ogni giorno raccontata dai media.

C’è il video dei tredici ucraini che difendono un isolotto nel Mar Nero, quegli uomini coraggiosi che rifiutano di arrendersi all’esercito russo, anche se ciò significa la loro morte immediata. “Nave da guerra russa, vai all’inferno”, dicono, e tutti festeggiano. “Ole sus huevos1”, gridano in rete, appare ovunque la parola patriota, quel significante così vuoto, in cui la vertigine storica di tante guerre in cui tante persone sono state uccise senza sapere perché né per cosa si agita, in un macchina unta dagli interessi degli altri.

Sarà perché è passato molto tempo dall’ultima volta che abbiamo visto una guerra così dal vivo, così tanto in prima serata, un privilegio che altre guerre meno bianche, meno europee non hanno avuto, con quel mix di armi di ultima tecnologia ed estetica da diciannovesimo secolo — che non ricordo una tale esibizione di mascolinità in uniforme, di volontari che si arruolano, uomini con aria marziale e sopracciglia dritte che guardano nell’obiettivo.

Guardando dritto in camera con disinvoltura il leader della Cecenia, Ramzan Kadyrov, stava in piedi davanti alle sue truppe, tra quelle riprese aeree degne di un qualsiasi videogioco, giustamente paragonato sui social ad un blockbuster hollywoodiano, ha fatto irruzione in questa sequenza accelerata. File e file di soldati barbuti disposte in modo marziale, la mascolinità tossica degli altri, il fondamentalismo degli altri, che tanto si accoda al fondamentalismo bianco, che si nutre dello stesso mantra di violenza, minaccia e paura per imporre il proprio dominio. Che esempio da manuale di quel patto maschile di cui parlava Segato2, l’aver convocato Kadyrov, il tuo amico presidente, che hai messo a capo del paese attraverso il fuoco e il sangue, per unirsi alla tua crociata imperialista con quell’esercito mercenario che puzza di testosterone!

E poi tanto machismo intrecciato al razzismo, con la Polonia che accoglie le famiglie ucraine in fuga dalla guerra, mentre costruisce un muro contro chi fugge da altre guerre più lontane, che tuttavia condanna e respinge come un esercito nemico. Una mascolinità che accusa gli uomini in fuga da guerre che non potranno mai vincere di non restare a resistere, che stabilisce il martirio come ordine, mandato maschile, che codifica il razzismo con il filtro del patriarcato: le altre donne sono sempre vittime senza possibilità di agire, gli altri uomini o sono un minaccia o dei codardi. Un razzismo che stabilisce chi merita di essere salvato, con cittadini ucraini e agenti di polizia che escludono i neri dal diritto alla fuga e al rifugio.

Cosa abbiamo dall’altra parte? La persecuzione di coloro, uomini e donne, che con la paura della guerra in faccia, rischiano di manifestare in Russia, uno stato in guerra con i propri cittadini. Bollati come traditori e disertori, è così che vengono trattati i pacifisti quando domina l’ideologia della guerra. Un’ideologia della guerra che si estende oltre i confini del conflitto: ridicolizzati in quanto ingenui e irrealistici, è così che vengono trattati fuori dalla Russia coloro che gridano il proprio No alla guerra!

 

Originariamente pubblicato in data 27/02/2022 su https://www.elsaltodiario.com/guerra-en-ucrania/mucho-macho-putin-Zelenski

Traduzione a cura di Federico Bosis

1Espressione che si può tradurre con “guarda che palle!”, incitazione o commento, di chiara impronta machista, riferita al coraggio messo/da mettere nel fare o dire qualcosa, quindi non distante dal nostro “avere le palle”.

2Rita Laura Segato, antropologa e femminista argentina, studiosa dell’intersezione fra genere, razzismo e colonialismo. Secondo le sue parole il patto patriarcale “[si mostra] quando solo l’uomo considera se stesso e gli altri congeneri come soggetti di diritto e la donna un oggetto del desiderio dei sudditi. In questo modo vengono private di tutti i loro diritti e noi donne dobbiamo dimostrare più e più volte che siamo persone” (da un intervista).

Footer

Associazione Cerchio degli Uomini
  • Home
  • Associazione
  • Centro d’ascolto
  • News
  • Sostienici
  • Blog
  • Contattaci

CERCHIO DEGLI UOMINI Ass. Prom. Soc.
Via Giuseppe Mazzini 44, Torino

Direttivo:
direttivo@cerchiodegliuomini.org
CUAV:
centrodascolto@cerchiodegliuomini.org
Tel. CUAV: 366.406.10.86

Cerchio degli uomini Telefono


366.406.10.86

CERCHIO DEGLI UOMINI - Ass. Promoz. Sociale C.F. 97658810011 -

Made in FRIGOROSSO © 2026