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UOMINI VIOLENTI: agire in prevenzione

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UOMINI VIOLENTI: agire in prevenzione

Percorsi dalla violenza al cambiamento.

 

Il “Cerchio degli uomini”, dalle condivisioni in gruppo agli interventi verso l’esterno.

Il Cerchio degli uomini è nato come gruppo di riflessione sul maschile e sul cambiamento degli uomini stessi, 14 anni fa’. Il gruppo lavorava a partire da sé: non ci si riferiva più di tanto a presupposti teorici, bensì ognuno portava i propri vissuti, emozioni, relazioni. Si ripercorreva quello che il femminismo qualche decina di anni prima aveva proposto, avvalendoci di tecniche di counseling che alcuni di noi avevano acquisito in diverse formazioni .

Passando per questa via, le tematiche del potere, delle relazioni con le donne, tra uomini, con i figli, i desideri, i valori venivano declinati in maniera profonda portando qualcosa di sé e prendendo contemporaneamente dagli altri.

Questi percorsi hanno dato risultati difficilmente raggiungibili solo per via teorica tramite discussioni tematiche. Vogliamo qui sottolineare l’importanza di un lavoro “politico” partendo dal personale, che porti ad interventi rivolti poi verso l’esterno, riprendendo in versione maschile specificatamente, per quel che riguarda la storia di questo gruppo il senso de “il personale è politico”.

 

Oggi lavoriamo “verso l’esterno” principalmente con iniziative e progetti che riguardano le relazioni in senso lato, la figura ed il ruolo del padre, la comunicazione con i giovani tramite interventi nelle scuole, la prevenzione alla violenza di genere.

 

Dopo un paio di anni ci trovammo di fronte al problema della violenza sulle donne: risultò subito chiaro che non ci poteva essere cambiamento del maschile che non affrontasse in maniera esaustiva la tematica prendendo spunto dai racconti personali. Va detto che al gruppo iniziale di riflessione sul maschile si erano, strada facendo aggiunti uomini con esperienze relazionali critiche.

La violenza riguardava anche noi, anzi riguardava il genere maschile molto profondamente.

Facemmo patrimonio comune delle esperienze personali e delle competenze di alcuni di noi che avevano fatto percorsi di counseling, della durata di almeno quattro anni, secondo diverse scuole, rielaborando il tutto in termini di possibili interventi verso l’esterno, utilizzando le esperienze personali e professionali dei partecipanti al gruppo. Di qui sono partite diverse iniziative che man mano ci portavano ad approfondire il tema “Violenza alle donne”: rassegne cinematografiche, spettacoli teatrali, partecipazione al Coordinamento Cittadino contro la Violenza alle Donne, partecipazione a convegni, collaborazione con i centri di accoglienza vittime di violenza…

Facemmo quindi formazione specifica sulla violenza alle donne, in particolare con il centro di Ginevra “Vires”, con il Centro Comunale di Barcellona, con Artemisia per quel che riguarda le vittime. Ci mettemmo in contatto con gli operatori che avrebbero alcuni mesi dopo fatto partire a Firenze il Centro d’Ascolto per uomini Maltrattanti, CAM, coordinandoci per future collaborazioni e scambi. Seguimmo inoltre numerose formazioni organizzate nel territorio della Provincia di Torino, diversi incontri di formazione con Michael Kauffman ed Hugo Huberman dell’iniziativa mondiale del “Fiocco bianco”, per un anno ci preparammo all’accoglienza telefonica dei disagi in un corso condotto da un esperto di “Telefono Amico”. A questo va aggiunta l’esperienza sul campo di diverse migliaia di ore in gruppi di uomini e misti come partecipanti, facilitatori e conduttori.

Alla fine si formò un team di quattro uomini con lo scopo di elaborare interventi diretti con uomini con criticità relazionali e violenza.

Fin dall’inizio risultò assai utile per questo team una supervisione ed un’auto formazione continua con incontri almeno mensili.

 

 

 

Presupposti per azioni di contrasto alla violenza alle donne.

Sappiamo che la violenza tra le mura domestiche è commessa per più del 90% dei casi dagli uomini nei confronti delle donne. Ogni anno in Italia vengono uccise 130/150 donne, quasi tutte da partner o ex o fratelli, padri o figli, ed è stato coniato per questi eventi il termine “femminicidio”. Inoltre quasi un terzo delle donne in età adulta subisce violenza grave almeno una volta nella propria vita (Istat 2007). Questo significa che sotto la punta dell’iceberg degli omicidi c’è una quantità enorme di violenze gravi che non vengono denunciate (le denuncie stanno tra il 5% ed il 10%).

Non ci sono ad oggi dati statistici che ci diano indicazioni su quanti siano gli uomini che fanno violenza, ma se pensiamo che vi è almeno una parte di uomini che la violenza la reitera in differenti relazioni possiamo dedurre che approssimativamente in Italia ci possano essere tra i 4 ed i 6 milioni di uomini che questa violenza la fanno o l’hanno fatta.

Emerge immediatamente che il problema è sì sociale e culturale, ma è un problema degli uomini. Non possiamo certo immaginare che in Italia ci siano tutti questi uomini malati o delinquenti. Ma contemporaneamente la gran maggioranza degli uomini non fa violenza (75-80%). Questo ci indica che il problema è complesso e che le cause sono molteplici e che, caso per caso va adottato uno schema di intervento particolare.

E’ vero che da migliaia di anni viviamo in un sistema patriarcale che pone l’uomo alla guida della famiglia ed al centro della vita pubblica e che ciò ha generato una cultura diffusa misogina e discriminatoria nei confronti delle donne che ha pervaso oltre che il mondo maschile anche quello delle donne, se pure con modalità differenti.

Riporto qui di seguito una frase di Lea Meandri (Silenzi, pag. 204)“Partire dalla memoria del corpo – dai sedimenti profondi della vita psichica – per interrogare il rapporto tra i sessi, vuol dire riconoscere che il dominio maschile non nasce da una volontà malvagia dell’uomo o da una sua naturale pulsione di morte, ma da passaggi inconsapevoli di necessità che riguardano lo sviluppo della specie umana, il passaggio dalla natura alla cultura.”

Da un centinaio d’anni le cose stanno cambiando e cambieranno ancora. Si sta andando da parte degli uomini verso la consapevolezza della propria parzialità ed il riconoscimento dei propri limiti, riconoscendo in questo una nuova possibilità di evoluzione nelle relazioni tra donne e uomini, tra uomini e tra donne.

Ma la crisi della cultura patriarcale se ci spiega da un lato le difficoltà per un cambiamento dall’altro, sul versante della violenza non è completamente sufficiente a darci degli strumenti efficaci e sufficienti per azioni di contrasto e prevenzione (A.C. Baldry, F. Roia).

E’ necessario andare a vedere le storie personali di ognuno: violenza ed abuso subito, violenza assistita, relazioni famigliari ambigue sul lato affettivo (teoria dell’attaccamento di Bowlby), ambiente sociale particolarmente violento. A tutto questo bisogna aggiungere, andando al di là della sola cultura machista, una diffusa incapacità di stare nel conflitto e a gestirlo, a provare, esprimere, governare le proprie emozioni in maniera adeguata, a sapere riconoscere l’altra/o, ad entrare in relazioni empatiche…, arrivando fino alla crisi di autostima e valori esistenziali ,che portano a reificare relazioni, sesso, affetti.

Quindi andando nel sommerso troviamo una sorta di piramide dove alla base troviamo relazioni affettive che nei momenti conflittuali trovano anche soluzione. Questa è la situazione ideale che porta a crescite personali. Salendo lungo la piramide, i conflitti non si risolvono ed inizia una violenza psicologica spesso reciproca inizialmente, ma che molto velocemente si sposta in campo maschile, con manifestazioni anche fisiche, che tendono a ripetersi con tempi sempre più brevi aggravandosi in una spirale sempre più stretta (I. Merzagora Betsos).

 

La prevenzione sugli autori di violenza

Premesso che resta imprescindibile il principio per cui bisogna agire in primis sull’emergenza, quindi le donne ed i bambini, bisogna però considerare che non si agisce sulle cause, perché quand’anche una donna denunci e si separi dall’autore, cose già poco comuni, quest’ultimo, spesso reitera in successive relazioni modelli di comportamenti violenti. Inoltre anche se una denuncia può avere nella maggioranza dei casi un effetto contenitivo nel breve termine, sembra che nel medio e lungo termine questo funzioni assai poco. Consideriamo poi che le pene detentive sono rarissime e non risolvono certamente il problema, se mai lo aggravano.

Le indicazioni della Comunità Europea indicano che il problema della violenza alle donne va affrontato in modo multidisciplinare, a conferma della sua complessità, con interventi mirati anche sugli autori. In Canada si parla di cura del maltrattante in via preventiva.

Ricordiamo qui che non si evoca una patologicizzazione del maltrattante bensì una presa in carico che possa tenere conto oltre che della cultura misogina , dei vissuti personali critici, degli strumenti relazionali, anche di quei tratti che possono essere clinici; perché quasi mai ci troviamo di fronte a patologia, ma in alcuni casi gli strumenti terapeutici possono essere utili.

Quindi si tratta di prendersi cura del maltrattante in maniera multidisciplinare, mettendo a disposizione dei percorsi che permettano la consapevolezza dell’autore sulla violenza che commette e quindi un cambiamento dei sistemi relazionali, dei sistemi culturali e valoriali. Ricorrendo sicuramente alla terapia in quei casi ove risulti necessaria.

 

 

Sportello d’ascolto del disagio relazionale maschile

Nel 2009, su mandato della Provincia di Torino è partito il progetto “Sportello d’ascolto per il disagio maschile” che ha lo scopo di fare emergere il disagio relazionale maschile e di prevenire la violenza nei confronti delle donne e dei minori, all’interno della famiglia e nei vari ambiti sociali.

Abbiamo scelto, in accordo con la Provincia di Torino, di definire il servizio come ascolto del disagio maschile per lavorare nel sommerso del problema della violenza: il 95% delle violenze domestiche non viene denunciato, ma dimora nel silenzio, se ne conosce ancora abbastanza poco e gli uomini molto spesso non riconoscono la violenza e difficilmente se ne assumono la responsabilità, minimizzando o dando la responsabilità a fattori esterni.

Si voleva inoltre approfondire attraverso quali percorsi ed in quali situazioni il disagio si trasformi in violenza e se e come dietro la violenza vi sia sempre un disagio, spesso negato e rimosso grazie alla complicità della cultura e della collusione sociale.

Il servizio comprendeva una linea d’ascolto telefonico per il disagio relazionale maschile, la possibilità per gli appellanti di avere alcuni colloqui individuali, dai colloqui la persona poteva essere inviata ai servizi sul territorio e/o ad uno dei nostri gruppi già operanti sul territorio o ad un gruppo definito di criticità che tratta le relazioni violente.

Abbiamo lavorato in rete: con le associazioni che accolgono vittime di violenza, con le forze dell’ordine, con avvocati che potevano dare una prima consulenza gratuita, con invii ai servizi psicologici e psichiatrici sul territorio. Dall’inizio dello scorso anno gli addetti allo Sportello partecipano ad incontri mensili di supervisione, contemporaneamente all’auto formazione.

 

Metodologie

Per potere lavorare con gli uomini violenti è necessario avere una posizione molto netta nel respingere ogni forma di violenza contemporaneamente accettando gli autori come persone che hanno l’intenzione di capire quanto successo e hanno la possibilità di cambiare.

E’ necessario evitare di adottare posizioni di superiorità morale cercando di “insegnare loro” che cosa “dovrebbero fare”, evitando così posizioni di potere che invece sono alla base della costruzione di comportamenti violenti, che celano l’insicurezza e la paura di stare in relazioni profonde che evidenzino limiti e fragilità che non vogliono essere visti.

Si tratta per gli operatori di stare in un delicato equilibrio evitando dannose confluenze da un lato e controproducenti pregiudizi dall’altro.

 

Attualmente il servizio è così strutturato:

 

  • Ascolto telefonico di un’ora al giorno ( lunedì e martedì dalle 18 alle 19 - mercoledì, giovedì, venerdì dalle 12 alle 13 – 0112478185). Accoglienza degli uomini che arrivano dai servizi sul territorio, dai centri per le vittime, per semplice passa parola o via internet.

  • Al primo contatto viene compilata una scheda con la descrizione riassuntiva del colloquio telefonico o personale, più alcuni dati di carattere generale, utili anche a fini statistici.

  • Al termine del primo contatto l’utente può proseguire con colloqui individuali di orientamento, quindi potrà essere inviato ai servizi sul territorio e/o seguire uno dei nostri gruppi ordinari, se non vi sono problematiche specifiche che motivino la partecipazione al gruppo di criticità che si svolge presso la sede Comunale del Centro Relazioni e Famiglie.

  • Laddove è stato necessario abbiamo lavorato in rete con i centri di accoglienza vittime, con le forze dell’ordine, con psicoterapeuti e psichiatri, con avvocati disponibili ad una prima consulenza gratuita.

- Per ogni colloquio successivo al primo vengono compilate specifiche schede.

Il servizio è gestito da Counselor con formazioni pluriennali e che abbiano seguito formazioni specifiche riguardo alla violenza di genere, oltre a lunghe esperienze di conduzione e facilitazione di gruppi maschili.

 

Il lavoro di gruppo

Come già detto si parte dalla condivisione delle esperienze e dei vissuti personali emotivi, estrapolando e soffermandosi su alcuni aspetti fondamentali:

L’assunzione di responsabilità: la negazione, rimozione e minimizzazione della violenza .

Le conseguenze della violenza sulla vita della partner o ex partner, sui figli, su se stessi con tecniche di drammatizzazione ed immedesimazione empatica.

Vengono presi in esame le situazioni di violenza, con le percezioni fisiche ed emozionali oltre che i pensieri ed i comportamenti in generale che precedono la violenza.

Tecniche di gestione della rabbia, della paura e dei conflitti.

Lavori sugli stereotipi ed il back ground culturale che favoriscono e nutrono l’escalation della violenza (Superiorità, ossessività, controllo, gelosia, identità costruite sul successo e sulla prevaricazione a vantaggio proprio e a scapito altrui, sessualità come oggetto di consumo e di prevaricazione).

Anaffettività emotiva con aumento della rabbia.

Il contrasto all’utilizzo della violenza come mezzo efficace ed accettabile per la risoluzione dei conflitti sottolineando percorsi alternativi alla prevaricazione.

Come si apprende la violenza (assistendovi subendola, agendola su invito di altri.

Come è iniziata e come si è sviluppata in quali occasioni, con chi..

Lavoro sul cambiamento: discussione dei valori, il rispetto per sé e l’altro/a, empatia, autostima e fiducia in sé e negli altri.

A chiusura del periodo vi è una valutazione del percorso compiuto elaborato dai counselors e condiviso con i partecipanti.

 

Dati inerenti il servizio

In questi primi 3 anni abbiamo effettuato circa 200 interventi complessivi tra chiamate telefoniche, colloqui individuali, gruppo disagi relazionali lavorando con circa 90 uomini e 10 donne, oltre diverse altre richieste di intervento tramite sito internet. Alcuni di questi hanno richiamato una o più volte.

Il 25% degli uomini ha partecipato ai colloqui individuali. Alcuni di questi sono entrati nei nostri gruppi uomini ordinari.

Una ventina di uomini hanno partecipato al gruppo di criticità relazionale dove, con questa definizione intendiamo violenza, prevaricazione, conflittualità elevata.

A molti è stato proposto l’invio ai servizi con o senza partecipazione ai nostri gruppi di condivisione e confronto.

Età degli utenti: il 60 % dai 40 ai 60 anni, il 30 % dai 20 ai 40 anni.

Violenza agita: circa il 35% dichiara di avere agito violenza (fisica, psicologica ecc.), ma supponiamo che almeno un altro 30/40% pur avendo agito una qualche forma di violenza non l’abbia dichiarata, consapevolmente o meno.

Le violenze dichiarate erano violenze fisiche, psicologiche e stalking.

Violenze subite: 40% degli uomini dichiara di avere subito violenze psicologiche, il più delle volte in racconti di forte conflittualità reciproca, parte di questi sono da considerarsi mascheramenti e scarichi di responsabilità per violenze commesse.

La violenza subita è di carattere psicologico nella maggioranza dei casi e necessita di maggiori approfondimenti tramite i colloqui individuali e l’eventuale proseguimento nei gruppi.

Cosa ci chiedono: 70% richiesta dichiarata di ascolto. 50% richiesta di consigli, 33% richiesta di colloquio, 80 % dichiara problemi con la partner, 40 % su tematiche inerenti la gestione dei figli (separazioni e violenza), 20% richiesta di ingresso ad un percorso (gruppi o individuale), 20% richiesta di servizi sul territorio.

Situazione affettiva: per il 50-60% degli utenti sembra emergere un incapacità-difficoltà ad esprimere sentimenti e stati emotivi. Un 20-30% dichiara di non sentirsi amato-stimato.

Questo a conferma del coinvolgimento delle sfere affettive ed emotive in merito sia al disagio che alla violenza.

 

Conclusioni

In definitiva a circa tre anni dall’inizio dello sportello d’ascolto e dopo le diverse formazioni fatte possiamo portare alcune riflessioni riguardo alla prevenzione sui maltrattanti nella violenza domestica. Questa esperienza deriva dall’ascolto telefonico, dai colloqui individuali, dai gruppi specifici sul disagio relazionale, oltre alle esperienze pregresse di diverse persone arrivate ai nostri gruppi o che ci hanno chiesto sostegno al di fuori dei gruppi.

Tutto ciò ha dato una panoramica molto estesa soprattutto sui meccanismi di negazione-minimizzazione-proiezione, sulla reiterazione, sulle difficoltà del cambiamento sull’utilità di apportare sostegno prolungato nel tempo per ridurre al massimo le recidive, sui fattori di rischio, sulla necessità di lavorare in equilibrio tra il dare sostegno e la fermezza nel condannare ogni forma di violenza senza finire nel pregiudizio stereotipato, sull’origine della violenza legata, sì a fattori culturali, ma che spesso deve essere accompagnata da problemi sia nella famiglia di origine sia, in alcuni casi, nei sistemi relazionali successivi, aggiungendo spesso problematiche inerenti all’ attaccamento ed alla dipendenza affettiva, oltre ad eventuali altre problematiche legate a fattori esterni come il lavoro, il consumo di alcool e sostanze.

E’ stato necessario lavorare in rete facendo “sistema”, sia con i centri di accoglienza vittime, (Demetra, Telefono Rosa, Donne Futuro…..) sia con le forze dell’ordine, sia con personale specializzato servizi pubblici, che assistenti sociali.

Grandi passi avanti si potrebbero fare coinvolgendo più a fondo i servizi sopra citati e tramite maggior coinvolgimento a tutti i livelli.

Sottolineiamo l’utilità della supervisione.

Stiamo cominciando a lavorare con alcune psicologhe e psicoterapeute per affrontare in team gli eventuali tratti clinici, e le problematiche legate ala misoginia

Prevediamo di istituire un servizio di tutoring con un volontario dell’associazione ed il supporto dei vari gruppi uomini, dopo i corsi di 6 mesi/ un anno che possa dare continuità e sostegno per un tempo necessario ad impedire le reiterazioni di violenza.

Le recidive sono infatti molto elevate nelle casistiche europee, proprio perché cambiamenti profondi necessitano di periodi medio-lunghi, due o tre anni è l’esperienza di chi ha partecipato ai nostri gruppi.

Rileviamo la necessità di avviare protocolli di intervento coordinati con le Istituzioni e con le Forze dell’Ordine ed altri enti del settore pubblico e privato per promuovere l’invio, peraltro mai sostitutivo alla pena, a percorsi di prevenzione alla violenza, oltre all’incremento del lavoro di rete.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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