Ho incontrato il Cerchio degli Uomini più di undici anni fa ormai, quando fresco fresco di matrimonio mi sono chiesto cosa ne avrei fatto della mia vita. Non nel senso di scelte lavorative, bensì sul piano personale e delle relazioni. Sentivo che volevo essere più felice come uomo, ma per farlo dovevo liberarmi di un fardello che fino a quel momento mi ero portato dietro.
La relazione con la mia compagnia rappresentava un bene prezioso, ma sentivo che il mio bagaglio di competenze emotive e relazionali era piuttosto sfornito. Erano necessari un ripensamento, una riflessione e una messa in discussione di tanti atteggiamenti che avevo, alcuni evidenti, altri sottili. Atteggiamenti che poi con una certa dose di onestà ho compreso essere prevaricanti, giudicanti, svalutanti verso il femminile, in vari modi.
Nelle relazioni con i miei amici e gli altri uomini sentivo poca libertà di espressione. C’era sempre un certo codice da rispettare, il bisogno di presentarsi in un certo modo. Forti? Vincenti? Sicuri? Qualcosa del genere, e la sensazione che si potesse stare e sentirsi vicini, ma fino a un certo punto, che le pacche sulle spalle andassero bene, le battute e le risate anche, ma gli abbracci beh, non sempre, per non parlare delle lacrime.
Così quando ho trovato il volantino di questa piccola associazione di Torino, che faceva questa cosa strana, questa cosa apparentemente così poco maschile – sedersi in cerchio tra uomini e raccontarsi –, mi son detto: perché no? Ricordo ancora la prima impressione che ho avuto quando sono entrato in quella sala: avevo di fronte uomini di tutte le età, diversi l’uno dall’altro, che mi guardavano. Ho pensato ma che ci faccio qui? Mi sentivo confuso, ma quando ho iniziato ad ascoltare le varie testimonianze è iniziata una piccola rivoluzione dentro di me, con ondate di vera e propria commozione. Era il processo di disinscatolamento che iniziava, dentro uno spazio dove era possibile usare le parole per aprirsi, per essere se stessi, dove ognuno raccontava la propria storia ma tutti avevamo condiviso lo stesso vissuto: frustrazione nel tentativo di aderire ad un modello che provocava sofferenza in noi e nelle persone che avevamo vicino, e che in fondo non ci rispecchiava.
Le serate passavano raccontandosi e mettendosi in discussione, sempre a partire da sé, dal proprio vissuto, e piano piano riconoscendo che la via per essere più felici passava anche dal riconoscere quelle piccole e grandi responsabilità che come uomini abbiamo in questa vicenda che nelle lezioni all’università e nelle manifestazioni chiamano “società patriarcale”. Isolamento, controllo, emarginazione, sfruttamento e violenza sulle donne, sui neri, sugli omosessuali, sulle lesbiche, sui trans, ma anche predazione e distruzione su ogni specie animale e dell’ambiente. In tutte queste vicende che di solito leggiamo sui giornali nella sezione “brutte notizie” è venuto fuori che avevo, nel mio piccolo, anche io una responsabilità e aveva senso cominciare a cambiare musica, come si suol dire.
Sono passati undici anni, di serate in quella stanza ne ho passate tante e questa esperienza mi ha nutrito in tutti i modi possibili e immaginabili. La mia vita è cambiata e si è arricchita di impegno e attivismo sempre nuovi. Certo, mi piacerebbe dirvi che adesso sono un uomo giusto e probo, corretto e irreprensibile, rispettoso delle donne e di tutti gli esseri viventi, ma ricadrei in quell’immagine di maschio plastificata che ho deciso di buttare via tanto tempo fa. La verità è che la ricerca non finisce mai, che ci sono sempre parti di me su cui è necessario lavorare e che gli inciampi sono dietro ogni angolo. E va bene così, perché questa piccola associazione di Torino mi ha insegnato che una società più giusta passa dalla possibilità di ogni singola persona di mettersi in discussione e di passeggiare con una certa frequenza in compagnia delle proprie ombre.
E allora cerco di fare la mia parte, una giornata alla volta, un cerchio alla volta.
di Andrea Santoro
Articolo apparso sul quotidiano La Stampa del 27 febbraio 2021


